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Ansia e attacchi di panico

Chi non ha mai provato nella vita una sensazione d'ansia? Si tratta di un sintomo comune che rientra in una condizione di normalità. Di per sè non ha una valenza patologica, anzi può addirittura migliorare la prestazione inducendo ad una maggiore concentrazione (come accade, ad esempio, quando si deve sostenere un esame). L'ansia assume una valenza psicopatologica quando raggiunge determinati livelli ed impedisce di agire, quando diventa " inibitoria". L'ansia viene definita come una sofferenza psicologica dovuta al timore di un evento catastrofico imminente che non si è ancora verificato. L'ansia è perciò legata a diversi elementi cognitivi: rappresentazione mentale di un evento, interpretazione in termini negativi dello stesso, sensazione d'incapacità a fronteggiarlo che si generalizza, poi, nel tempo ad altre situazioni. Spesso l'ansia non rimane solo nella dimensione del sentimento ma si somatizza, cioè trova espressione attraverso sintomi fisici. Essendo la sede dei processi emotivi, il sistema limbico, connesso con il sistema nervoso neurovegetativo le manifestazioni fisiche saranno le seguenti: tachicardia, sensazione di mancanza d'aria, mal di pancia, cefalea, vertigini. Quello che viene chiamato "attacco di panico" non è altro che una delle più tipiche crisi d'ansia e non come si potrebbe intendere, un'entità nosografica specifica. Quando viene riferito dalla persona che lo ha vissuto, viene descritto come un evento improvviso, non collegato a nessun pensiero attinente e che lo ha spaventato perchè rimandava una sensazione di mancamento, quasi come se stesse per morire. In realtà, non è vero che si trattava di una sensazione improvvisa ma era invece sottesa da un'elaborazione mentale che si era andata strutturando a partenza da una prima volta che aveva provato sensazioni similari. In questo tipo di problema, come è intuibile, non ha alcun senso la somministrazione di farmaci ma l'intervento deve essere diretto a quella che viene definita, in campo psicologico, "ristrutturazione cognitiva", si deve aiutare la persona a risalire a ciò che ha determinato la sintomatologia, a ritrovare l'evento di partenza e lavorare su una rielaborazione delle sensazioni e dei vissuti emotivi collegati. La branca di psicoterapia più indicata in questi casi è quella ad indirizzo cognitvo-comportamentale.

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Mio marito guarda dei film porno. Perchè lo fa?

Mio marito guarda dei film porno e io l'ho scoperto, ma non gliel'ho detto. Premetto che non sono una persona “casta“, ma credo di esaudire le sue fantasie (esco vestita in un certo modo, lo provoco, ecc...) e allora la mia domanda é perché guarda quei film? A volte penso che solo io non gli basto...

Risponde la Dott.ssa Maddalena Bazzoli

Gentile Piera credo che non sia così facile affrontare tale argomento con suo marito altrimenti lo avrebbe già fatto nonostante si descriva come una donna emancipata e sciolta sotto l'aspetto libidico/sessuale. Credo che prima ancora che lei possa continuare a rimuginare su pensieri autosvalutanti ("non gli piaccio più, non gli basto..) provi a parlarne con lui in forza della vostra confidenza e complicità magari potrà conoscere veramente le motivazioni che suo marito attribuisce a questo suo interesse: desiderio di tragressione? Giocare con la fantasia? Bisogno di eccitarsi? O altro ancora. Inoltre la invito a chiedersi di che cosa ha paura: che ciò lo distragga da lei e che possa quindi allontanarsi? Sono solo ipotesi e non certo delle verità le riflessioni che le propongo. Le auguro di fare chiarezza e se vuole può scrivere per far sapere come sta e come va!

Un cordiale saluto

Dott.ssa Maddalena Bazzoli

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Questa è una delle risposte date alla domanda “Mio marito guarda dei film porno. Perchè lo fa?” presente su Psicologi-Italia.it.

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